Dilma bacchetta l’Europa. Simona Bottoni intervistata da “L’Indro”


Simona Bottoni, direttrice di Programma nell’IsAG, è stata intervistata dal quotidiano “L’Indro” a proposito della partecipazione della presidentessa brasiliana Dilma Roussef al XXI Vertice Ibero-Americano a Cadice. La fonte originale è raggiungibile cliccando qui. Di seguito è riprodotto l’articolo di Francesco Giappichini.

 

Dilma bacchetta l’Europa

La presidente brasiliana Dilma Rousseff ha partecipato, nella città andalusa di Cadice, al XXII Vertice ibero-americano. Chiaro il suo messaggio: i piani d’austerità dei Paesi europei non rappresentano la miglior risposta alla crisi globale, che dovrebbe essere affrontata con “politiche che favoriscano la crescita economica e l’inclusione sociale”. Ha cioè rivendicato l’importanza del modello brasiliano, quello che Simona Bottoni, direttrice del Programma ‘America latina’ dell’Istituto di alti studi in geopolitica e scienze ausiliarie (Isag) ha definito “di sviluppo con inclusione, perché si propone una crescita economica stabile, accompagnata da politiche di redistribuzione della ricchezza a vantaggio delle classi sociali più deboli”. Quel modello che ha trasformato la stessa struttura della società, permettendo a milioni di poveri di entrare nel mercato dei consumi.

Eletta in segno di continuità rispetto al padrino politico Luiz Inácio ‘Lula’ da Silva, ha inizialmente deluso vari osservatori che, paragonandola al ‘Presidente operaio’, hanno ingenerosamente definito “impalpabile” la sua gestione alla guida della sesta potenza mondiale. Col tempo però la lady di ferro verdeoro ha iniziato a convincere, almeno i settori progressisti della sinistra mondiale, se non le cancellerie delle potenze che contano. La conferma si è avuta a settembre, all’indomani dell’intervento che ha aperto la 67° sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni unite. Nell’alto consesso l’ex guerrigliera, parlando di donne, pace, Consiglio di sicurezza, Palestina, Cuba e multilateralismo, si è consacrata coma la nuova beniamina dei movimenti sociali.

Rimanendo sul piano internazionale, la figura del Capo dello stato è emersa – oltre che per la difesa del modello economico brasiliano – anche sotto il profilo del rapporto privilegiato con gli Stati uniti. Da un lato Rousseff ha stemperato gli slanci dal sapore terzomondista dell’illustre predecessore, che avevano non poco infastidito Washington: “Lula aveva la tendenza a intromettersi nelle questioni mediorientali”, segnala il politologo André Regis de Carvalho, ricordando l’avvicinamento tra Brasília e Teheran, “mentre la presidente Dilma non segue la stessa linea”, e la sua diplomazia è “più standard e convenzionale”. Dall’altro lato ha rafforzato, nelle relazioni bilaterali, l’autorevolezza del suo Governo, che Barack Obama considera un partner globale: “Non vi sono più importanti pressioni da parte degli Stati uniti affinché il Brasile si allinei sulle proprie posizioni”, sostiene Marcelo Zorovich, docente di Relazioni internazionali presso la European school of project management, “e credo che adottino una linea di maggior rispetto”.

Abbiamo sentito il parere della dottoressa Bottoni che, come anticipato, si occupa di America latina per l’Isag, l’istituto che lavora per “diffondere lo studio della geopolitica e stimolare in Italia un ampio ed articolato dibattito sulla politica estera del paese”.

Che cosa si aspetta il governo brasiliano dal secondo mandato di Barack Obama, alla luce del dato di fatto che l’America latina nel suo complesso è stata trascurata nella recente campagna elettorale del leader democratico? E’ vero che il Brasile non ha importanza nell’agenda Obama perché al di là della rilevanza economica ha poco peso strategico e geopolitico?

I rapporti Brasile-USA sono stati e sono, dal punto di vista economico, piuttosto consistenti. Manca, però, una visione d’insieme che leghi questi due grandi paesi in modo non contingente: tra Washington e Brasilia, infatti, c’è, oggi, una rilevante divergenza economica e una capitale questione politica. La crisi globale ha influito sui rapporti bilaterali: gli ultimi due presidenti brasiliani hanno accusato Washington di essere tra i colpevoli dell’attuale crisi economica (Lula), criticandone il rimedio utilizzato – una politica monetaria espansiva – considerato responsabile di favorire l’apprezzamento del real e la conseguente perdita di competitività dell’export brasiliano (Dilma). Anche a causa dell’apprezzamento del real, la crisi ha notevolmente ridotto negli Usa l’acquisto di merci brasiliane, con la conseguenza che la bilancia commerciale bilaterale di Brasilia è passata da un surplus di oltre 6 miliardi di dollari ad un deficit di oltre 8 nel giro di appena quattro anni (2007-2011). Forse non più importante ma di certo più delicata delle divergenze economiche è la questione politica: il Brasile aspira ad un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e gli Stati Uniti si limitano a prenderne atto senza sostenere questa candidatura, come, invece, hanno fatto con l’India (peraltro paese non firmatario del Trattato di non proliferazione, di cui il Brasile è, invece, firmatario).

Ciò significa che la Casa bianca ancora non si fida del Brasile? Oppure vuol far pagare presunti sgarbi del passato?

Per i brasiliani l’ingresso nel Cds dell’Onu sarebbe il riconoscimento di un’ascesa economica incontestabile che ha portato il paese ad ampliare il raggio dei propri interessi geopolitici e a pretendere di avere voce in capitolo su questioni come il nucleare iraniano, la guerra in Libia, l’embargo contro Cuba e la repressione in Siria. Proprio le posizioni espresse dal Brasile su questi temi, però, stanno disincentivando Washington a garantirgli l’appoggio richiesto. La situazione attuale non è sorprendente: agli Stati Uniti non conviene esporsi a favore di uno Stato che ritengono ancora lontano da una posizione di leadership subregionale riconosciuta dai suoi vicini. Penso che la Rousseff si attenda dal secondo mandato di Obama un cambio di rotta.

A nostro giudizio la presidente, pur non avendo ancora convinto i poteri forti a stelle e strisce, sta facendo pian piano breccia presso i settori progressisti del mondo intero. E’ d’accordo?

Sebbene per tradizione il discorso di apertura dei lavori dell’Assemblea dell’ONU viene riservato al presidente brasiliano (e questo già dalla prima sessione nel 1947), la Rousseff è stata la prima donna relatore della storia ad aprire il forum annuale dell’Assemblea Generale il 21 settembre scorso. Trovo che questo sia significativo su quanto le donne abbiano fatto nella direzione di occupare sempre più ruoli d’importanza strategica nel governo dei popoli. La Rousseff, come spesso sanno fare le donne, ha deciso di parlare a viso aperto e con coraggio, chiedendo ancora una volta un seggio permanente per il suo paese e ponendo l’accento sulla crisi che sta investendo il nord del mondo: i paesi emergenti (in prima linea i Brics) stanno crescendo in modo impetuoso e Dilma ha spiegato che è interesse dello stesso nord condividere un po’ di responsabilità con queste forze fresche.

Una battuta sui rapporti col Governo di Caracas. Qual è l’interesse della Rousseff?

Ha interesse sia a mantenere i rapporti col Venezuela che a contenere il regime populista di Chávez: questa politica nei confronti del Venezuela ha fatto sì che il Brasile sostenesse l’adesione del Venezuela al Mercosur.

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