Il 2011, l’anno delle rivolte arabe: Daniele Scalea all’IRIB


Daniele Scalea, co-direttore di GEOPOLITICA e segretario scientifico dell’IsAG, è stato intervistato da Radio Italia dell’IRIB (Islamic Republic International Broadcasting) a proposito degli eventi più significativi dell’anno appena passato. Il direttore Scalea ha evidenziato un evento in particolare, le rivolte arabe, sia per la loro importanza oggettiva, sia per la sensazione suscitata nel mondo.
La fonte originale è raggiungibile cliccando qui. Di seguito l’audio e la trascrizione integrale dell’intervista. (Per altro materiale audio-video, raccomandiamo di visitare ed iscriversi al nostro canale YouTube [clicca]).

 

 
Signor Scalea, dal momento che ci troviamo alla fine dell’anno, potrebbe farci un’analisi sugli ultimi sviluppi del mondo?

Di sicuro l’evento più notevole – quello che ha attirato anche più attenzione – sono state le rivolte arabe. Si è trattato in realtà di un ciclo di eventi che ha coinvolto in maniera più o meno profonda tutti i paesi del mondo arabo, e che ha destato molta sensazione anche perché era quasi totalmente inatteso. Fino al 2010 questi paesi apparivano immobili, stagnanti, e quello delle “masse arabe” un mito destinato a non concretizzarsi mai. Invece abbiamo visto cos’è successo nel 2011, e l’attenzione del mondo si è concentrata su questa regione anche per la sua evidentissima importanza strategica, dal momento che ospita una gran parte delle risorse energetiche mondiale.
Diversi commentatori hanno cercato di dare un’interpretazione ai fatti, e presto si è lanciato lo slogan, palesemente celebrativo, della “Primavera araba”, dipinta come un risveglio delle nazioni e dei popoli. Questo risveglio c’è stato, ma siamo ancora in una fase interlocutoria a ben vedere: le rivoluzioni non si sono ancora realizzate appieno. Prendiamo il caso dell’Egitto dove, a mesi di distanza dalle dimissioni di Mubarak, abbiamo ancora un regime di tipo militare e manifestanti ancora in piazza. Anche in Tunisia abbiamo una sorta di regime di transizione. Non è un caso che in tutti quei paesi dove, nominalmente, si sarebbe avuta una “rivoluzione”, una parte della società continua ancora a scendere in piazza e rumoreggiare. Insomma, non sappiamo ancora dove arriverà questa “Primavera araba”. Non dimentichiamoci che la “Primavera europea”, quella del 1848, fu un ciclo rivoluzionario fallimentare, almeno nel breve termine: quasi tutte le rivoluzioni furono presto riassorbite. Non credo che questo sarà totalmente il caso del mondo arabo, ma bisogna comunque tenere conto di questa possibilità.
Nei media occidentali soprattutto si è poi dato molto spazio a quest’interpretazione “romantica” delle rivolte arabe, come fenomeno dovuto all’attività dei giovani collegati tramite i social networks e Internet, desiderosi d’avere democrazia e società modellate sull’esempio occidentale, postmoderno – quindi democrazie liberali parlamentariste, libero mercato, liberalizzazione dei costumi. Tutta questa dimensione è stata plausibilmente presente (ad esempio il ruolo avuto dai social networks nell’organizzazione delle primissime manifestazioni, o le frange liberali ed occidentaliste della società araba), ma la realtà che sta ora emergendo in tutta la sua chiarezza, coi primi risultati elettorali in Marocco, Tunisia ed Egitto, è quella di un “risveglio islamico”. Questo ciclo di rivolte s’inserisce nella dinamica più ampia dell’ascesa del “Islam Politico”, o “islamismo”, a fronte del declinare inesorabile dei regimi e delle ideologie laiche e nazionaliste, che avevano rappresentato il mondo arabo in tutta la fase post-coloniale, anche con una certa vitalità fino agli anni ’70 (salvo degenerare dopo la morte di Nasser ed il fallimento della guerra del 1973). Il fatto che le rivolte arabe andassero inserite in questa dinamica di lungo periodo è un qualcosa di cui pochi si sono accorti in Occidente inizialmente. Mi permetto di notare che uno studio che ho realizzato assieme al mio collega dell’IsAG Pietro Longo, che s’intitola Capire le rivolte arabe ed è stato pubblicato in aprile, è stato uno dei primi libri a mettere in luce quest’altra dimensione prevalente, quella dell’islamismo come chiave di lettura delle rivolte arabe.
Non possiamo però limitarci a valutare la dimensione interna del fenomeno, ma dobbiamo guardare anche a quella esterna, ossia all’influenza avuta dalle potenze extra-regionali sugli avvenimenti. Quest’influenza è stata palese in eventi come quello libico o siriano, un po’ meno evidente ma non assente in Egitto. Qui, come in altri paesi, gli USA, pur continuando ad appoggiare i regimi in carica, sono riusciti ad insinuarsi nell’opposizione e nella società civile, di modo da avere referenti in entrambe le parti e cercare d’uscire comunque vincitori dai rivolgimenti. Da questo fatto derivano anche tesi più estreme, secondo cui tutte le rivolte sarebbero una manovra nell’ombra degli USA per realizzare il progetto del “Grande Medio Oriente”.
La guerra in Libia introduce un altro tema, che è quello dell’Africa. La Libia è il paese che si era fatto promotore dell’Unione Africana, il più ricco del continente per reddito pro capite e risorse. Non a caso è stata la vittima designata d’una rivoluzione che, tra tutte quelle arabe, appare la più etero-diretta, la più promossa dall’esterno. Tant’è vero che non avrebbe avuto successo senza l’intervento della NATO e di altri paesi, soprattutto della Penisola Arabica. Il conflitto libico si può leggere in due modi. Innanzi tutto, un tentativo degli USA e della NATO di respingere la crescente influenza cinese in Africa. Ecco quindi che l’attacco alla Libia assume una nuova luce in rapporto ad altri episodi: l’intervento francese in Costa d’Avorio, quello statunitense in Somalia, l’istituzione di AFRICOM, un comando militare della NATO riservato al teatro africano.
La seconda chiave di lettura del conflitto libico ci porta alle dinamiche interne alla NATO, ed al maggior ruolo che gli USA stanno accordando agli alleati “subalterni”, come la Francia, la Gran Bretagna e la Turchia. Gli USA attraversano una fase di crisi economica, e nel tentativo di mantenere la loro egemonia ricorrono ad un espediente già adottato in passato (vedi il dopo-guerra in Vietnam): affidarsi a potenze intermedie regionali come “stampelle” della loro preponderanza globale. Ovviamente il rovescio della medaglia è che a queste potenze vanno lasciati degli spazi di autonomia che prima non c’erano, e ciò alla lunga può rivelarsi controproducente: crea infatti tutta una serie di tensioni all’interno del blocco atlantico, come quella tra Francia e Turchia, entrambe in cerca d’un ruolo egemonico nel Mediterraneo. La Turchia si è schierata contro il governo in Libia solo quando ha capito che i Francesi sarebbero riusciti a promuovere una guerra che avrebbe rovesciato Gheddafi; così come il cambiamento radicale della politica turca verso la Siria è avvenuto più o meno in concomitanza con l’attacco alla Libia, presumibilmente anche per anticipare un prevedibile intervento francese contro Damasco.

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